Un approccio psicologico alla migrazione

L'emigrazione implica una frattura, un distacco. Emigrare significa infatti anche abbandonare, andare via, lasciare un involucro protettivo, la patria, e dirigersi altrove. L’altrove è un luogo lontano dai suoni, dagli odori, dalle sensazioni che costituiscono le prime tracce su cui si è stabilito un codice di funzionamento psichico. Significa trovarsi a metà strada tra due culture, «strappare le proprie radici dalla terra d’origine, cercando un modo di trapiantarsi nella nuova terra, con la necessità di non rinunciare a se stessi, alla propria identità» (Mazzetti, 1996).

migrantiSi fa carico di noi. Il suo obiettivo è quello di guarirci, non di cambiarci, perché proprio il conforto che lenisce le ferite fa scattare il cambiamento, e questo conforto lo provi semplicemente per il fatto di essere stata accolta senza giudizi e senza rimproveri. “Dolce rifugio dell’anima”, recita la preghiera. La totale assenza di ruoli prestabiliti da interpretare porta lentamente alla riabilitazione.

Marcela Serrano
Tratto da L’albergo delle donne tristi, p. 73.
(Ed. italiana 1999. Feltrinelli Editore, Milano)

Ci si avvicina a quel rischio che De Martino (1958) chiama “crisi della presenza”, intesa come venir meno di un «esserci nella storia», che le forme culturalmente costruite nell’agire hanno la funzione di oggettivare. Facciamo riferimento agli studi di etnopsichiatria di Nathan e Devereux, i quali attribuiscono una particolare rilevanza all’involucro culturale che protegge e sostiene ogni individuo: le loro riflessioni si sono rivolte al vissuto intrapsichico di chi vive «sospeso tra due mondi» (Nathan, 1990, p. 57), in una condizione transculturale. Simile è la sensazione di smarrimento del migrante descritta da Achotegui (2002), della quale si tratterà più avanti in relazione alla “Sindrome di Ulisse”. Non è raro avvertire una senso di disagio di fronte all’ignoto. Una situazione nuova e inusuale crea spesso incertezza e smarrimento e richiede un tempo di adattamento più o meno prolungato. Il migrante che arriva in terra straniera sperimenta questo quando entra in contatto con la società che lo ospita. Può avvertire l’ambiente come ostile, intollerante, talvolta solo indifferente; viene privato della propria identità culturale e invischiato in una realtà che spesso fatica a comprendere. È ricorrente un sentimento di estrema solitudine che egli avverte in quanto lontano da familiari e amici, sradicato da ogni tradizione e proiettato in un mondo a lui estraneo.

 

    Le motivazioni della partenza, la concezione della migrazione stessa, la cultura d’origine, sono tutti elementi che possono, almeno in parte, definire, ancor prima di giungere nel paese straniero, il carattere e l’esito del progetto migratorio. L’impatto con una società distante e inospitale distrugge le attese e le speranze del migrante, che tenderà quindi a sperimentare un profondo disagio interiore, espresso preferibilmente attraverso il corpo, cosa che può esitare in un disturbo mentale o culminare con il ritorno in patria. Nell’impatto con la nuova cultura, l’immigrato ha bisogno di un momento di assestamento e riflessione, che gli dia la possibilità di conoscere il contesto e di adattarsi.

    Winnicott, nel suo Gioco e Realtà (1971), considera l’eredità culturale come un’estensione dello «spazio potenziale» tra l’individuo e il suo ambiente. L’uso di tale spazio è subordinato alla formazione di uno spazio fra due: tra l’Io e il non-Io, tra il dentro (gruppo di appartenenza) e il fuori (gruppo ricevente), tra passato e futuro. L’emigrazione ha quindi bisogno di uno spazio potenziale che gli serva da luogo di transizione e tempo di transizione, tra il “paese-oggetto materno” e il nuovo mondo esterno. Se la creazione di un tale spazio non avviene, si determina una rottura nel rapporto di continuità tra l’ambiente circostante e il Sé. L’«oggetto transizionale» viene vissuto come qualcosa che non è creato e controllato soggettivamene e neppure separato e trovato, ma che in qualche modo si trova nel mezzo. Lo status dell’oggetto transizionale è per definizione ambiguo e paradossale (cfr. Mitchell, Black, 1996, p. 154). La rottura che si genera può essere paragonata alle assenze prolungate dell’oggetto desiderato dal bambino, le quali portano alla perdita delle capacità di simbolizzazione e al bisogno di ricorrere a difese più primitive. La madre crea quello che Winnicott definisce l’ambiente di holding , uno spazio fisico e psichico in cui il bambino è protetto senza sapere di esserlo, in modo che proprio questa dimenticanza costituisca la base dalla quale può partire spontaneamente l’esperienza successiva (cfr. ivi, p. 153). Anche un emigrante, con la perdita di oggetti rassicuranti, subisce una diminuzione delle sue capacità creative, il cui recupero dipenderà dalla possibilità di elaborare lo stato di deprivazione e dalla capacità di superarlo.

    L’emigrazione è una delle circostanze della vita che più espongono la persona a forme di disorganizzazione. Se l’individuo possiede sufficienti capacità di elaborazione, riuscirà a superare la crisi e la assumerà come “rinascita”, processo che aumenterà il suo potenziale creativo (cfr. Grinberg, Grinberg, 1984, p. 29). Diversi autori considerano la migrazione come un rischio: da una parte, per la condizione economica e sociale in cui colloca gli individui e i gruppi migranti; dall’altra, per il fatto di minare l’integrità identitaria del soggetto attraverso uno shock culturale (cfr. Lai, 1988, p. 45). Oggi diventa sempre più frequente la domanda di consultazione psicologica da parte di immigrati che manifestano un insieme di problemi congiunti: di comunicazione, di apprendimento di una lingua/cultura diversa e distante dalla loro, di dubbi rispetto alla loro permanenza nel paese, di difficoltà d’inserimento e accettazione delle differenze. L’assistenza psicologica a questi soggetti è certamente un’impresa difficile e necessita, per l'accennata complessità delle problematiche compresenti, di formazioni multiple. La relazione clinica, non si presenta come un semplice contatto tra due singoli, ma racchiude un ponte tra due mondi, ognuno dei quali riproduce le proprie conoscenze, credenze, le proprie attese. Secondo Cesari Lusso:

la comprensione dell’esperienza psicologica dei migranti non necessita una psicologia ad hoc , ma può fondarsi su conoscenze che rinviano allo sviluppo dell’essere umano, e che mettono in evidenza: il ruolo delle interazione con l’ambiente familiare, il carattere strutturante delle interazioni sociali, i legami tra funzionamento affettivo, cognitivo e sociale, le dinamiche dei rapporti interpersonali e intergruppo, i meccanismi della costruzione del sé e dell’identità, il ruolo delle inserzioni sociali ecc. (Cesari Lusso, 1997, p. 44).

L’immigrato richiama categorie d’inclusione ed esclusione sociale, quali quelle di “cittadino” e di “straniero” (interno alla società come partecipante allo sviluppo economico, ma esterno in quanto non cittadino). Essere dentro significa sentirsi appartenente a un gruppo, nel quale ci si rispecchia, ci si sente accettati e amati. L’appartenenza si trasforma così in difesa dal nemico comune, e ci si unisce nell’idealizzazione di un “ente” comunemente riconosciuto come superiore e a cui offrire la propria dipendenza condivisa (in questo caso la Patria, la religione, le associazioni, ecc.). Il dentro, quindi, è concepibile solo se si configura un fuori, inteso come estraneità simbolizzata come “nemico”. Tutto ciò che è fuori è concepito come diverso, altro, forestiero, minacciante. Verso “l’altro” si vive un duplice atteggiamento che va dall’attrazione, desiderio d’esplorazione e di conoscenza, a rabbia distruttiva, invidia, sfida (cfr. Carli, Paniccia, 2002, pp. 63-64). Tale ambivalenza è presente tanto a livello sociologico che a livello culturale e psicologico.

Dalle testimonianze, emerge come – anche quando la partenza dal proprio paese è una libera scelta – siano presenti, al contempo, sentimenti di paura e di colpevolezza per aver abbandonato la propria patria, la propria famiglia. La migrazione si manifesta quindi come elemento critico-generativo: tanto di una serie di potenziali vantaggi (come l’accesso a una nuova opportunità di vita e di orizzonti) quanto di un insieme di difficoltà e di tensioni.

 

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