Migranti e resilienza: l'arte di navigare sui torrenti

Londa Hokusai PsyOnlus Blog

Lo psicoanalista Cyrulnik Boris definisce la resilienza come "l’arte di navigare sui torrenti”, un navigare difficile e impegnativo ma non solitario perché in relazione con l’ambiente esterno.

In psicologia, la resilienza si configura come un processo di mutazione che permette di trasformare le ostilità in occasioni di rinnovamento e di strutturare strade alternative, evitando o annullando quelle diventate impraticabili e nemiche. La resilienza a situazioni avverse dipende dunque da una combinazione, cumulativa e interattiva, di fattori di rischio e fattori protettivi genetici, personali e ambientali.

La relazione tra migrazione e resilienza

Nel caso delle famiglie di migranti questi fattori rientrano in quadri di ulteriore complessità poiché la loro condizione intacca i fattori di protezione mentre aumenta quelli di rischio.

La letteratura scientifica identifica tre ordini di fattori che incidono sulla resilienza, i quali possono contenere tanto fattori di rischio quanto di protezione per la salute psichica dei migranti:

  1. Caratteristiche individuali

Dipendono dalla solidità della personalità del soggetto, dalla capacità di saper costruire relazioni interpersonali positive, dal possesso di strategie di coping adattivo, messe in atto allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress ed il conflitto, dall’essere dotato di una buona salute psichica pre-migratoria e dalla solidità e flessibilità dell’identità culturale.

Diversamente, personalità fragili, che presentano stili relazionali deficitari, di basso livello culturale e che hanno già sperimentato condizioni di emarginazione sociale prima della migrazione, si trovano in condizioni di maggiore difficoltà, tanto più se sono preesistenti condizioni di ordine psico-patologico.

  1. Progetto migratorio

È in genere ancorato al sistema motivazionale delle persone e alla loro capacità di immaginarsi e progettarsi nel futuro: elementi chiave sono la capacità di fare progetti realistici e investire sulla propria capacità di insediamento nel paese ospitante.

Questo aspetto rappresenta un fattore di rischio per i migranti forzati, i quali lasciano il proprio paese non sulla base di una motivazione a crearsi una vita altrove, ma spinti da condizioni che impediscono loro di continuare a vivere nella propria terra di origine. Spesso per i profughi, espulsi dalla madrepatria, la scelta del paese di approdo non è frutto di una decisione consapevole ma della casualità dei mezzi usati durante il viaggio.

  1. Supporto sociale efficace

Esso si configura come una condizione di accoglienza in grado di sostenere l’individuo sia nei suoi bisogni emotivo-relazionali sia in quelli materiali, supportandolo nella realizzazione del proprio progetto migratorio e favorendone l’integrazione sociale e psicologica.

In questo campo giocano un importante ruolo tra i fattori di rischio, insieme ai traumi subiti in patria prima della partenza, le Post-Migration Living Difficulties (PMLD: difficoltà di vita in terra di immigrazione), le quali rappresentano una condizione di accoglienza sociale inadeguata o manifestatamente ostile.

L’accoglienza incide sulla resilienza?

Medici Senza Frontiere nel 2016 ha condotto un’indagine qualitativa da cui "è emersa una diversa tipologia del migrante attuale che spesso si presenta con un substrato psichico già compromesso, con una capacità di resilienza ridotta e in assenza di un progetto migratorio chiaro".

La società di oggi tende ad esaltare le asimmetrie per produrre separazioni: l’uomo sembra temere lo “straniero diverso” percepito come una minaccia a quell’uniformità che dà sicurezza ma che richiede separazione e allontanamento.

Il legame tra senso di comunità e l’identità etnica è al contrario decisivo per la determinazione del benessere: quando l’individuo migrante sente forte il sentimento di appartenenza, percependosi accolto e utile, il senso che egli attribuisce alla propria identità etnica assume un valore positivo e diventa premessa all’assunzione di un atteggiamento resiliente.

Prendere atto di questi cambiamenti è fondamentale per disporre le opportune misure di accoglienza.

Giulia Colasante

 

*Note sull'autrice:
Giulia Colasante, è Psicologa e Psicoterapeuta a indirizzo psicoanalitico.
Attualmente esercita attività di psicoterapeuta attuando interventi di carattere diagnostico e clinico rivolti ad adolescenti e adulti. Possiede esperienza decennale nell’ambito della formazione, in qualità di progettista e coordinatore di interventi formativi e di progetti complessi in ambito psico-sociale. Ha maturato esperienza nell’ambito dell’accoglienza in qualità di Psicologo e Coordinatore di Progetti di Accoglienza Straordinaria rivolti a rifugiati politici in Italia. Dal 2013 è socio ordinario di Psy+ Onlus: oltre a far parte dell’Area Progettazione, ha partecipato al progetto rivolto alle popolazioni coinvolte nel sisma del centro Italia.

Tags: migranti, Psicologia, immigrazione, resilienza, accoglienza, comunità