Rallentare: un possibile vaccino anti-paura

Esiste una relazione tra l’andare sempre di corsa e la paura verso gli stranieri? C’è qualcosa negli stili di vita delle società complesse che, dal punto di vista del benessere emotivo e relazionale, più che farci evolvere, rischia di spingerci in una dimensione di chiusura e isolamento?

Alcune riflessioni sul tema ci mostrano che forse c’è un filo rosso da seguire.

Nel 2011 alcuni studiosi dell'Università di Yale hanno condotto uno studio in cui hanno misurato l'atteggiamento verso gli immigrati, in un campione di liberali e conservatori, dopo aver ricordato loro la pericolosità del virus influenzale e chiesto se avessero o meno effettuato il vaccino.

Chi non aveva effettuato il vaccino, dopo essere stato esposto a un senso di minaccia e di rischio, mostrava atteggiamenti più ostili nei confronti degli immigrati, al contrario di chi, avendo effettuato il vaccino, si sentiva più “immune” e meno ostile nei confronti degli stranieri (notoriamente il vaccino anti-influenzale è una potente difesa contro la minaccia dell'invasione straniera!).

Se è naturale respingere un potenziale pericolo, è vero anche che tanto più ci si sente minacciati, più è probabile che ci si armi per difendersi.

Questo studio ci fa riflettere su quanto alcune convinzioni e processi di attribuzione causale possano poggiare su basi del tutto irrazionali.

Non solo. Il tempo è denaro.

È possibile che ci sia un collegamento tra la percezione di pericolo e ritmi di vita sempre più frenetici e compressi?  

Nelle società capitalistiche ipermoderne siamo dominati dall'ideologia dell'efficienza. Per guadagnare la nostra porzione di benessere, l'obiettivo è ottenere il massimo guadagno vincendo la competizione con gli altri concorrenti. Questo non vale solo per i contesti di produzione economica ma investe tutti gli ambiti della vita: il lavoro, la politica, la scuola, le amicizie, l'amore. L'ideale di successo coincide con la disponibilità di ricchezze materiali, il grado di popolarità e di indipendenza dai legami.

A fronte di tali ambiziosi guadagni, quali sono i costi? Ciò che sempre più spesso viene sacrificato è il tempo.

Tempo per occuparsi di sé, riflettere, coltivare desideri e passioni, ma anche tempo da dedicare agli altri, al proprio partner, ai figli, al prossimo. Si lavora sull'urgenza e in costante stato di allerta. L'illusione di guadagno in termini di successo e performance, ci fa perdere di vista il costo in termini di senso di insicurezza

Siamo esposti costantemente a notizie allarmanti e angoscianti. Diventa una necessità quotidiana delle persone "normali" quella di rimuovere velocemente ciò che non ci riguarda da vicino, dissociarsi dal senso di vulnerabilità, costruirsi uno scudo difensivo. Ma "rimosso" e "ritorno del rimosso" sono due momenti dello stesso movimento.

C'è un collegamento tra tutto questo e l'aumento, soprattutto nelle società più opulente e benestanti, della tristezza sociale, della depressione, dei disturbi d'ansia?

Come nell’esperimento di Yale, la sensazione di essere vulnerabili ed esposti a un rischio (vero o presunto) aumenta il senso di paura, l’aggressività, l’isolamento (reazione attacco-fuga). 
È pensabile che la fede nell'onnipotenza dello sviluppo materiale e tecnologico sia funzionale a neutralizzare il profondo senso di impotenza, la sensazione di essere soli e senza difese di fronte a un mondo ostile e a forze economiche, politiche e sociali, che invece che essere governate, sempre più sembrano governare la nostra vita?

La sicurezza prima di tutto.

La sicurezza sociale è un tema “caldo” dei tempi attuali. Lo sanno bene i leader politici che, a livello mondiale, se ne preoccupano tanto da farne un punto-chiave di molte campagne comunicative e sforzi governativi.

Ma siamo certi che il pericolo venga veramente dall'esterno? Che le barriere siano la soluzione al senso di minaccia e di insicurezza? Di riflesso, di che tipo di sicurezza stiamo parlando?

Le relazioni umane hanno bisogno di spazio e tempo per poter esistere in maniera autentica: quando le persone riescono a stare vicine e a riconoscersi nella reciproca umanità, a recuperare un tempo per pensare e dedicarsi alla cura dei legami, i sentimenti di solidarietà e alleanza tendono a prevalere e diminuisce il senso di incertezza. Si è meno pre-occupati di difendersi dall'esterno e più occupati a prendersi cura dell'interno. Ci si sente meglio e al sicuro

Chissà che non sia questo il vaccino più efficace per migliorare le condizioni di vita delle persone e del pianeta.

 

Ilaria Saponaro

Riferimenti:

  • Articolo di John Bargh – professore di psicologia sociale all'Università di Yale – pubblicato sul Washington Post il 22.11.17
  • Discorso di Pepe Mujica alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile – Rio de Janeiro 2012
  • Benasayag e Schmit - "L'epoca delle passioni tristi" - Feltrinelli, 2013

 

*Note sull'autrice:
Ilaria Saponaro è Piscologa e Psicoterapeuta a orientamento psicodinamico e sistemico-relazionale. Lavora da anni per la progettazione e realizzazione di interventi psicoeducativi per bambini e adolescenti e interventi di sostegno alla genitorialità. Collabora con il CIES onlus per il Centro Giovani e Scuola d'Arte “MaTeMù” e coordina per l'associazione le attività educative nelle scuole. Svolge attività di facilitazione e formazione in occasione di corsi di formazione, seminari e workshop. Collabora con il centro clinico dell'Istituto di Terapia Relazionale Integrata (I.T.R.I.) specializzato nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. Svolge attività di psicoterapeuta in privato offrendo consulenze e percorsi terapeutici per l'individuo, la coppia o la famiglia. Dal 2016 è socio ordinario di Psy+ Onlus con cui collabora nell'area dei servizi di psicologia scolastica e come psicoterapeuta del Centro di Consulenza Clinica.

 

 

 

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