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Il suicidio al tempo del Covid-19

L’impennata di suicidi, soprattutto dal periodo di quarantena, è stata talmente esponenziale da non potersi esimere dal parlarne. Proviamo a guardare il tema del suicidio da diverse angolazioni, considerando cosa è possibile fare per prevenirlo e il limite oltre cui non si ha potere per farlo.

Qualche dato.
L'Osservatorio Suicidi1 pubblica dati agghiaccianti relativi al territorio Italiano. Dal Gennaio 2020 sono già 42 i suicidi registrati, di cui 25 relativi alle settimane del lockdown da Covid-19. Questo incremento desta maggior preoccupazione se raffrontiamo i dati del 2020 con quelli rilevati un anno fa, i quali tra marzo ed aprile 2019 contavano appena 14 vittime.

Non di minor rilievo sono i numeri dei tentati suicidi, 36 da Gennaio 2020, di cui 21 nelle settimane di quarantena forzata. 
I ricercatori dell'American Academy of Family Physicians si aspettano 75.000 vittime per il prossimo decennio legate alla crisi del coronavirus solo negli Stati Uniti. 
E’ una stima che non stupisce troppo pensando che studi precedenti hanno associato le pandemie a un aumento dei casi di depressione, ansia, insonnia e atti suicidari. 

Il suicidio è un concetto che si fatica ad avvicinare. L’idea della rinuncia alla vita viene spesso considerata indegna, offensiva verso la vita stessa. Se cercassimo di pensare al suicidio come l’esito di un malessere, di un forte disagio psichico e lo considerassimo come un sintomo, anziché biasimo si potrebbe addirittura provare una velata compassione. Il suicidio è un sintomo ed è un evento multifattoriale, che fiorisce se e solo se piantato su un terreno fertile. Non basta una causa, ma è necessario l’allineamento di tanti elementi per far si che esso si verifichi.

Nonostante alcune associazioni, non esiste una correlazione diretta della relazione causale tra presenza di malattia mentale e gesto suicidario. Nella singolarità della situazione che siamo costretti a vivere le condizioni di isolamento dagli affetti, il disagio economico, la compromissione della posizione lavorativa, l’essere chiusi in casa con partner abusanti e maltrattanti e altre situazioni malagevoli  possono slatentizzare una sofferenza che altrimenti sarebbe rimasta latente.


Un dialogo tra prevenzione ed imprevedibilità

La mia riflessione verte su due termini che non possono che essere considerati insieme: prevenzione e imprevedibilità.
Di prevenzione si può parlare su più livelli: 

  • La prevenzione primaria è di carattere informativo-divulgativo e in questo caso vede interessati tutti gli esperti che si sono cimentati ad elargire linee guida per prevenire o ridurre i fenomeni suicidari. La stessa OMS ha stilato un dettagliato piano d’azione per la salvaguardia della salute mentale2

  • La prevenzione secondaria e in parte terziaria vanno dal riconoscimento del disagio psichico al sostegno o  presa in carico di coloro che ne soffrono. A tal proposito moltissimi professionisti della salute mentale si sono impegnati e continuano ad impegnarsi nel promuovere iniziative a carattere gratuito per assicurare assistenza e sostegno psicologico in caso di necessità.

Relativamente all’imprevedibilità, è un termine che va inteso nel suo significato più ampio e quindi come fallibilità, finitezza, impotenza. 

La mente umana è programmata alla conoscenza, ha bisogno di sapere, è un’esigenza primordiale che dona sicurezza. E’ un pensiero comune quello del tipo "Meglio una diagnosi infausta che il non sapere”. Saper stare o so-stare nel dubbio, nell’attesa richiede una capacità che Bion (1970) definiva “capacità negativa3.  
Aprirsi all'idea che in questo mondo, così come in ognuno di noi, ci sia un'area non conosciuta, non controllabile, non visibile e su cui non abbiamo potere è la strada maestra verso una sana elaborazione alla perdita, intesa in senso figurato e non. 
C’è chi sostiene che noi umani viviamo la vita in maniera paradossale, e cioè come se non dovessimo mai morire. Così, quando c’è chi la morte non solo la considera, ma la sceglie, elimina il paradosso e riporta il pensiero all’esame di realtà. 


Quali i risvolti psicologici possibili in chi resta

Reputo pericoloso non considerare insieme i termini prevenzione ed imprevedibilità, nella quasi totalità delle cose, ma in particolar modo di fronte ad un suicidio. Contare solo sulla prevenzione equivarrebbe a dire che qualcosa che si poteva fare non è stato fatto. In tal caso si può correre il rischio di sentirsi colpevoli per non essere stati abbastanza presenti, attenti o di aiuto alla persona che ha poi deciso di farla finita. Altrettanto poco utile sarebbe pensare che di fronte a tale fenomeno siamo completamente disarmati, quando abbiamo delle armi, che però non sempre si rivelano efficienti. 

Termino col considerare la complessità come una delle caratteristiche più affascinanti e allo stesso tempo inquietanti dei sistemi viventi e non viventi. Accettare di farne parte è un ottimo punto di partenza per vivere consapevolmente le negatività del mondo.

 

                                                                                                                                                                                                                              Melania Di Nardo

 

*Note sull'autrice: Melania Di Nardo è Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento Psicoanalitico. Si è occupata per anni di interventi psico-educativi con bambini di diverse fasce di età. Dal 2015 è impegnata nell'attività clinica privata come libera professionista nella città di Pescara, rivolgendosi prevalentemente ad adolescenti e adulti. Dal 2018 opera come consulente psicologa nel Centro di Ascolto Psicologico (C.A.S.A.) di Chieti Scalo, nel quale, oltre a percorsi di consulenza individuali o di coppia, conduce gruppi informativi/formativi rivolti a tematiche specifiche. Dal 2019 è Socia ordinaria di Psy+.

 

1Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche” della Link Campus University, Roma.
2http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato3705848.pdf 
3Capacità negativa (Negative Capability): è un concetto di tecnica psicoanalitica usato da Bion per riferirsi allo stato mentale che lo psicoanalista dovrebbe raggiungere. L’analista deve stare in attesa senza dire né fare nulla. Non si tratta di un’attesa carica di aspettative, né semplicemente passiva; è un’attesa ricettiva ai diversi livelli di comunicazione, verbali e non verbali, consci ed inconsci, del paziente e personali.

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

- Bion W. (1970), Attenzione ed Interpretazione, trad it. Armando, Roma, 1973.
https://wellbeingtrust.org/news/new-wbt-robert-graham-center-analysis-the-covid-pandemic-could-lead-to-75000-additional-deaths-from-alcohol-and-drug-misuse-and-suicide/
https://www.istat.it/it/archivio/196880
https://osservatoriosuicidi.unilink.it/comunicato-stampa-dati-marzo-aprile-2020/
https://wellbeingtrust.org/news/new-wbt-robert-graham-center-analysis-the-covid-pandemic-could-lead-to-75000-additional-deaths-from-alcohol-and-drug-misuse-and-suicide/

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